| È quello l’inizio del dono: due corpi si incontrano, si donano l’uno all’altro in un gesto di corrispondenza e di riconoscimento reciproco, ed ecco che qualcuno si trova a vivere. Inaspettatamente. Gratuitamente. Certo, la biologia non basta. Sono molti i doni che il cucciolo dell’uomo deve ricevere per poter esistere indipendentemente dai suoi originari donatori: affetto, cura disinteressata, riconoscimento. Ci narra lo psicoanalista Renato De Polo che una madre, sentendo avvicinarsi il termine della propria vita, chiamò il figlio, lo fece sedere accanto a sé e gli disse: “Ricordati che ti ho voluto e che ti voglio tanto bene”. Dopo di che si ritirò per sempre nel silenzio, lasciando al figlio il dono di questa preziosa testimonianza, che avrebbe così condizionato il resto della sua vita: era possibile voler bene. Era possibile donare il bene. Il dono della vita biologica, il dono della vita mentale. Il dono dell’autonomia che da un lato viene data ma che dall’altro viene conquistata giorno per giorno in un processo di reciproco riconoscimento. Un processo che inizia con il dono e che si conclude con l’abban-dono, dove anche questo, quando è ben realizzato, è per l’appunto un dono perché è la testimonianza di un processo concluso. Donare, ricevere: un intreccio quasi inestricabile, che cerca ogni giorno le condizioni per realizzarsi nel modo migliore.
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Dal punto di vista economico All’interno di una società in cui il mercato viene visto come unico principio regolatore, quale può essere il posto del dono? Per rispondere a questa domanda conviene partire dalla distinzione tra “beni posizionali” e “beni relazionali”. I primi sono “le cose che si comperano” e che conferiscono utilità per lo status che creano. I secondi sono i beni che scaturiscono dai “rapporti tra le persone”: quelli familiari, l’amicizia, la fiducia e così via. La logica del puro mercato è quella che spinge ad accumulare sempre più ricchezze, sottraendo tempo ai rapporti relazionali, trasformandoci tutti in tanti Re Mida, che muoiono di una fame che l’oro non può saziare. Il “Chicago man” – come il premio Nobel Daniel McFadden ha recentemente chiamato la versione più aggiornata dell’homo oeconomicus – è un isolato, un solitario. L’homo oeconomicus è l’identikit perfetto dell’idiota sociale: un soggetto la cui sfera economica viene ridotta alla sfera della scelta razionale. Nonostante ciò il mercato tende a giudicare irrazionali tutte quelle azioni – come il dono – che nascono da una disposizione alla gratuità e alla reciprocità. Ma oggi si sa che, in non poche situazioni, una risposta “irrazionale” basata sul principio di reciprocità conduce a risultati migliori di quelli che possono essere raggiunti seguendo un comportamento dominato dai canoni dello scambio di equivalenti. La riflessione spinge quindi a interrogarci su quali siano le condizioni affinché il dono possa superare gli aspetti di mercificazione di ciò che viene donato, per diventare esso stesso il presupposto di una rete di circolazione di beni e servizi svincolata dal puro mercato e capace, anzi, di infondere nel mercato nuovi paradigmi, per uno sviluppo più armonico di tutta la società. |
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Dal punto di vista della comunicazione Sono molti i modi che le Organizzazioni Non Profit adottano per sollecitare un dono. Si può sollecitare un dono in denaro per una buona causa o un dono di tempo, per aumentare le fila dei volontari. Si usa il Direct Marketing, con lettere che ci raggiungono a casa, oppure pagine pubblicitarie e spot televisivi o radiofonici. Ma si usano anche campagne di SMS: dove basta un clic per donare un euro alla buona causa. Poi troviamo il dono della firma sul modulo delle tasse, per destinare il 5x1000 del reddito a una Organizzazione Non Profit che ci ha convinto. E i siti internet delle Oraganizzazione Non Profit, con la possibilità di donare on line. O la richiesta di lasciare somme con il proprio testamento. Oltre a ciò c’è la comunicazione che informa su come i soldi raccolti o il tempo donato sono stati impiegati: è il tema della rendicontazione, con bilanci pubblicati nelle forme più diverse, informazioni veicolate attraverso periodici e così via. Una comunicazione molto importante, perché la rendicontazione è un modo per stimolare nuovi doni: il mostrare cosa si è fatto induce fiducia e quindi apre le porte a donazioni future. In ogni caso la comunicazione sul dono ha di fronte a sé nuovi compiti e nuove questioni, perché un conto è comunicare i vantaggi di un prodotto, sollecitandone l’acquisto. Un altro è progettare una comunicazione che sappia trasmettere il valore di un gesto e di un impegno. Perché progettare una campagna sul dono significa progettare una comunicazione che trasmette valore e chiede valore. Quali sono, allora, le “parole per dirlo”? E quali sono gli strumenti migliori per dirlo? È meglio presentare il problema o la soluzione? È meglio spingere alla pietà o mostrare il risultato positivo dell’azione? Quale di questi due approcci spinge maggiormente e in modo più duraturo all’azione di donare? |
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